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2 - QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL CAVALLO E IL SUO RUOLO NELLA CAVALLERIA
RUSSA
Le
note fra parentesi rimandano all’opera che tratta la questione
meglio di altre, per la lista delle opere vedi pagina [5]
© 2007
di Aldo C. Marturano
Abbiamo travalicato
il significato delle fonti? Forse, anche perché altri “cavalieri”
avevano già minacciato le Terre Russe molto prima dei suddetti
Crociati e dunque l’uomo in sella non era una novità!
Stavolta venivano da Oriente ed erano i nomadi della steppa ucraina.
Non è però un caso che giusto nella steppa nascesse
il Cavaliere in assoluto come combattente a cavallo con sella, staffa
ed armatura ed è ad imitazione di questo armato che l’Europa
romana antica imparerà il vero uso del cavallo in guerra
(57)! Perciò chiamare i nomadi cavalieri nel senso che qui
vogliamo trattare è limitativo e faremmo meglio a parlare
di cavallerizzi, ma a questo punto fa lo stesso poiché di
fronte a loro alla fine del X sec. l’impatto emotivo che deve
aver avuto il fantaccino russo-slavo dovette essere non molto diverso
rispetto a quello del contadino di fronte ai Crociati.
Il cavallo ha fatto sempre paura nei caroselli improvvisati durante
le razzie dei nomadi nei villaggi di confine russi, là dove
comincia la steppa sulla riva sinistra del Dnepr. Lo si sapeva dalla
tradizione, da quando erano passati gli Unni sotto Kiev, che la
forza del nomade dipendeva giusto dal fatto di disporre di Equus
caballus! Più che gli archi e le frecce, che anche i russi
avevano e sapevano usare, erano le bestie ad impressionare di più!
D’altronde la tattica del nomade non era tanto tesa a scontrarsi
o ad uccidere quanto invece a razziare e perciò il villaggio
assalito era “atterrito” piuttosto che distrutto e i
cavalli erano proprio i veicoli sui quali si vedevano scomparire
le cose e i figli con gli uomini in groppa veloci come il vento…
L’unica difesa per Kiev contro questi assalti fu la rimessa
in funzione di un antico vallo fatto di pali di legno che andava
dalla riva sinistra del Dnepr lungo la riva del fiume Sula per un
centinaio di chilometri fino alla fortezza di Voin in piena steppa
e in tal maniera si contennero alquanto i nomadi e le loro diaboliche
bestie.
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In realtà,
benché Equus caballus fosse abbastanza comune nel mondo mediterraneo
greco-romano e nel Medioevo arrivasse in Francia e in Italia dagli
allevamenti dell’Africa Settentrionale attraverso l’Andalusia
e la Sicilia dopo l’invasione araba del sec. VII d.C., non
era la stessa cosa per il resto d’Europa. Il Nordest conosceva
e preferiva una specie più piccola di statura, il tarpàn
europeo – Equus Przewalski Gmelini – o cavallino lituano
oggi estinto (l’ultima giumenta della varietà europea,
come c’informa lo zoologo ceco V. J. Stanek, fu macellata
nel 1876). E fra Equus caballus e il tarpàn la differenza
di mole è notevole! Il primo è un animale che arriverà
verso la fine del Medioevo ad un’altezza al garrese di ca.
1,80 m mentre il secondo al massimo resterà a 1,60 m. E non
solo! I due animali hanno carattere e abitudini abbastanza diversi.
Il tarpàn è un animale che in Europa vive ai margini
della foresta e riesce a trovar da mangiare da solo vagabondando
nella selva. E’ resistente ai rigidi inverni settentrionali
ed ha una battuta di zoccolo a causa della durezza dell’unghia
che gli permette di far presa sul fondo ghiacciato senza necessariamente
essere ferrato (lo decantano per questo le saghe islandesi alla
conquista del nuovo paese pieno di ghiacciai perenni e lo preferiranno
i Tataro-mongoli movendosi verso Occidente sulla groppa della varietà
orientale), ma non sopporta pesi troppo onerosi sulla schiena e
quindi può, al massimo, trasportare un ragazzo (e per poco
tempo) sulle zampe posteriori mentre si rifiuta di essere cavalcato
da un adulto corpulento, figuriamoci poi con un’armatura indosso.
Ha un carattere abbastanza scontroso e disposto facilmente a mordere
e a scalciare.
Naturalmente a parte le numerose razze, Equus caballus invece ha
un’indole un po’ diversa. Innanzi tutto è un
simbionte del suo padrone e dipende da lui per cura e cibo. Il foraggio
deve essere sempre ben scelto e preparato dal padrone perché
quest’animale non è molto abituato a cercarsi roba
selvatica da solo, se non vi è costretto, e la coltura dell’avena
diventa così un elemento indispensabile e costoso del suo
mantenimento. Resiste benissimo a ore di cavalcate portando sulla
groppa pesi notevoli. Ama i grandi spazi e deve essere lasciato
correre abbastanza spesso per non intristirlo. E’ paziente
e timido (59), ma affezionato al padrone e talvolta muore addirittura
con lui.
Cavallo e tarpàn hanno una memoria formidabile dei luoghi,
dei suoni, delle persone e degli odori e perciò sono utilissimi,
specialmente sul suolo innevato dove l’uomo non riuscirebbe
a riconoscere il sentiero percorso tempo prima. Sia l’uno
che l’altro animale sa individuare senza fallo la pista da
seguire e s’arresta e scalpita per avvisare il padrone che
la meta è stata raggiunta! Animali veramente portentosi che
suscitano meraviglia in chiunque ancor oggi!
C’è un episodio tipico nella storia russa in cui il
cavallo che trasportava la sacra e famosa icona della Vergine (oggi
detta di Vladimir) trafugata da Vysc’gorod da Andrea Bogoljubskii
(v. oltre) si fermò e s’impuntò lungo la riva
del fiume Kljazma, un affluente destro del Volga, e non volle più
proseguire. Andrea addirittura fece fermare la carovana “come
il cavallo aveva richiesto” e l’indomani raccontò
persino che la Vergine gli era venuta in sogno e gli aveva raccomandato
di costruirle proprio là una chiesa. Cosa che naturalmente
fu fatta e al luogo fu dato il nome di Bogoljubovo (ossia Amor di
Dio) in seguito a quello che era accaduto. Di fatto l’episodio,
avendo coinvolto un animale magico e divino, legittimò agli
occhi di tutti la fondazione del nuovo centro politico di Vladimir-sulla-Kljazma
in concorrenza con la santa Kiev, come appunto voleva Andrea…
Non vorremmo dare però l’impressione che Equus caballus
fosse sconosciuto o che ci vogliamo dedicare troppo al guerriero
nordico descrivendolo come un cavaliere mancato! Non è così.
Le Cronache Russe già nei primi eventi ci parlano di cavalli
usando la parola kon’. Sono forse i tarpàn visto che
kon’ non indica esattamente Equus caballus che invece è
detto losc’a o losc’ad’ (con parola turca, la
lingua dei nomadi che li vendevano)? Quale fosse l’atteggiamento
verso Equus caballus è sottolineato invece da un episodio
che le Cronache raccontano del knjaz Oleg, venuto dalla natìa
Ladoga intorno al X sec. lungo le vie fluviali alla conquista del
sud. Costui aveva chiesto una volta ai suoi astrologhi come e quando
sarebbe morto e costoro gli avevano detto che il suo cavallo l’avrebbe
ucciso. A causa di questa previsione Oleg non montò più
in sella. Un giorno di ritorno verso Ladoga quando gli dissero che
il suo animale era ormai morto, ridendo della funesta previsione
precedente, dopo anni si fece sellare un cavallo e andò ad
onorare la tomba della bestia morta: omaggio dovuto ad un essere
divino. Dal teschio ne uscì una vipera che lo uccise, proprio
come gli era stato predetto dai veggenti! La scena è importante
perché indirettamente ci conferma la sacralità del
comune cavallo in tempi ancora pagani come esecutore del destino
deciso dagli dèi. E ancora, ma in tempi cristiani, il già
nominato Andrea Bogoljubskii (nel 1149) fa seppellire con una solenne
cerimonia (cristiana stavolta) la sua cavalcatura morta in uno scontro
militare! Ma allora, fosse il tarpàn o il cavallo comune,
quale ruolo distingueva nella vita russa queste due specie così
simili?
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